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Battlefield 6 è già in crisi? Numeri, community e futuro di una saga che sembra aver perso il suo effetto wow
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Battlefield 6 è già in crisi? Numeri, community e futuro di una saga che sembra aver perso il suo effetto wow

Battlefield 6 doveva essere il grande ritorno. Doveva essere il capitolo della rinascita, quello capace di rimettere ordine dopo anni complicati, di riportare la community sotto lo stesso cielo di elicotteri, carri armati, fanteria, distruzione ambientale e guerra totale. Doveva essere il Battlefield che ricordava a tutti perché questa saga, nei suoi momenti migliori, non è mai stata soltanto “un altro FPS multiplayer”, ma una macchina di storie emergenti: il carro che sfonda il muro, il medico che ti rianima sotto il fuoco, il caccia che precipita sul punto conteso, la squadra che ribalta una partita impossibile negli ultimi trenta ticket.

Il problema è che, a distanza di mesi dal lancio, la domanda che rimane sul tavolo è molto più scomoda: Battlefield 6 è davvero una rinascita, oppure è l’ennesima IP storica trasformata in un prodotto live service che corre dietro alle mode, ai battle pass e alle metriche di engagement?

I numeri raccontano una storia ambigua. Non siamo davanti a un gioco “morto” in senso tecnico: Battlefield 6 continua ad avere migliaia di giocatori attivi, un picco giornaliero ancora importante e una posizione visibile nella top 100 Steam. Ma i numeri, da soli, non bastano. Perché una saga come Battlefield non si misura soltanto con il conteggio degli utenti online. Si misura con il desiderio di tornare in partita. Con l’effetto “ancora una”. Con la sensazione di essere dentro qualcosa che nessun altro shooter può offrire allo stesso modo.

Ed è proprio lì che Battlefield 6 sembra aver iniziato a scricchiolare.

 

 

Quadro generale

Battlefield 6 è partito con una forza enorme. Il lancio è stato imponente, il picco iniziale su Steam è stato da grande evento videoludico e il gioco ha beneficiato di un’attesa fortissima da parte di una community che, dopo Battlefield 2042, aveva un bisogno quasi fisico di credere in una ripartenza. Da questo punto di vista, BF6 non è stato un fallimento commerciale al debutto. Anzi l’apertura è stata una delle più forti mai viste per il franchise.

Il problema è ciò che è accaduto dopo.

Oggi, guardando i dati disponibili al 4 giugno 2026, Battlefield 6 si muove ancora nella top 100 Steam, ma non dà più l’impressione di essere quel colosso capace di occupare stabilmente il centro della conversazione FPS. Il dato del picco giornaliero, attorno ai 43.000 giocatori Steam, non è disastroso in assoluto. Molti giochi pagherebbero per avere quei numeri. Ma per un Battlefield nuovo, venduto a prezzo pieno, spinto come grande ritorno della saga, uscito con un picco storico gigantesco e sostenuto da una struttura live service, il confronto con il lancio è pesante.

Il gioco non è vuoto. Ma sembra meno necessario.

Questa distinzione è fondamentale. Dire “Battlefield 6 è morto” è una semplificazione. Dire “Battlefield 6 ha perso una parte enorme della sua spinta iniziale e fatica a generare desiderio quotidiano” è molto più preciso. La differenza tra un gioco vivo e un gioco davvero sano non sta soltanto nel numero di utenti connessi, ma nella qualità del rapporto che quei giocatori hanno con il prodotto. Qui emergono i primi segnali seri di stanchezza!

La Stagione 3, “Warlords: Supremacy”, ha provato a correggere la rotta con una serie di contenuti e interventi molto riconoscibili: Railway to Golmud, il ritorno di una mappa storica reinterpretata, nuove armi, Ranked Battle Royale per REDSEC, Battle Pass aggiornato, miglioramenti a veicoli, gadget, armi, netcode, feedback di combattimento, interfaccia e audio. Nelle prossime fasi sono previsti Cairo Bazaar, Obliteration, nuovi gadget, eventi temporanei e contenuti ulteriori.

Sulla carta, è una roadmap piena. Ma proprio qui nasce il dubbio più grande: perché molte di queste cose arrivano dopo, quando avrebbero dovuto costituire il cuore del gioco fin dal lancio?

Battlefield è una saga con una storia lunghissima. Non parte da zero. Non ha bisogno di scoprire oggi che il server browser è importante, che i plotoni sono importanti, che le mappe grandi sono importanti, che la community vuole strumenti sociali interni, che la rotazione delle mappe conta, che il bilanciamento dei team è decisivo, che la distruzione deve avere un ruolo sistemico e non solo scenografico, che il feeling dei veicoli è uno dei pilastri dell’identità del franchise.

Il paradosso di Battlefield 6 è questo: sembra spesso un gioco che sta imparando in corsa lezioni che la serie aveva già imparato anni fa!!

 

 

Cosa pensa la community oggi

Il sentiment della community, soprattutto su Steam, è molto più problematico di quanto una semplice media complessiva possa far pensare. Le recensioni totali si mantengono intorno a una valutazione mista/positiva moderata, ma le recensioni recenti sono molto più fredde. Questo è un dato importante: il pubblico del lancio ha premiato l’attesa, il ritorno dell’impatto Battlefield, la novità e il sollievo di non trovarsi davanti a un disastro immediato mentre il pubblico delle ultime settimane, invece, giudica il gioco sulla tenuta che oggi, convince molto meno.

Dalle recensioni Steam emergono alcuni filoni chiarissimi. Il primo riguarda la sensazione di trovarsi davanti a un Battlefield “travestito” da qualcosa d’altro. Molti utenti parlano di un gioco troppo vicino a Call of Duty, troppo veloce, troppo frenetico, troppo orientato a dinamiche da shooter competitivo moderno e troppo poco fedele alla guerra totale più tattica e corale che ha reso memorabili capitoli come Battlefield 3, Battlefield 4 e Battlefield 1.

Questa critica va presa sul serio. Non perché Battlefield debba rimanere immobile nel passato, ma perché cambiare non significa perdere identità. Un franchise può modernizzarsi senza diventare irriconoscibile. Può aggiornare il gunplay senza sacrificare la leggibilità. Può introdurre nuovi ritmi senza trasformare ogni scontro in una corsa ipercompressa verso il meta, il loadout perfetto e il time-to-kill più brutale possibile.

Il secondo filone riguarda mappe e level design. Qui la community è durissima. Molti giocatori percepiscono diverse mappe come piatte, poco ispirate, mal bilanciate tra fanteria e veicoli, incapaci di generare quelle storie emergenti che un Battlefield dovrebbe produrre quasi da solo. Il ritorno di mappe storiche come Railway to Golmud e Cairo Bazaar conferma indirettamente una cosa: EA e Battlefield Studios sanno benissimo che la memoria della serie pesa ancora tantissimo. Ma questa consapevolezza arriva con un retrogusto amaro, perché molti fan si chiedono perché non si sia partiti subito da una base più robusta, magari recuperando e reimmaginando più mappe storiche con un serio lavoro di retexturing, adattamento tecnico e bilanciamento.

Il terzo filone è quello tecnico: netcode, hit registration, server, latenza, morti dietro copertura, stuttering, packet loss, audio non sempre leggibile, footsteps poco affidabili, matchmaking sbilanciato. Sono problemi che in un FPS multiplayer pesano tantissimo, perché rovinano la percezione di giustizia. Un conto è morire perché l’avversario è più bravo. Un altro è morire senza capire se lo scontro sia stato deciso dal server, dalla latenza, da una registrazione dei colpi incerta o da una lettura audio insufficiente.

Il quarto filone riguarda monetizzazione e struttura live service. Battle pass, contenuti cosmetici, pacchetti, progressione, REDSEC, modalità battle royale, sfide percepite come artificiali: molti utenti non contestano l’esistenza di contenuti post-lancio in sé, ma la sensazione che il gioco sia stato progettato prima come piattaforma di monetizzazione e poi come Battlefield. È una differenza sottile ma enorme: un buon live service può spesso allungare la vita di un gioco mentre un live service percepito come invasivo può invece farlo sembrare un centro commerciale con le armi.

C’è poi un tema molto presente: l’assenza o il ritardo di funzioni considerate basilari. Server browser, plotoni, custom lobbies, strumenti sociali, gestione migliore delle squadre, filtri più chiari, qualità della vita, sistemi di progressione meno faticosi, bilanciamento più trasparente. Non sono dettagli da forum nostalgico. Sono infrastruttura comunitaria. Sono ciò che trasforma un multiplayer da “gioco che avvio ogni tanto” a “posto in cui torno”.

Detto questo, la community non è soltanto negativa. Anche nelle recensioni più dure, spesso, emergono elementi salvati: il gunplay può essere appagante, la distruzione continua ad avere momenti spettacolari, alcune sequenze generano ancora adrenalina, REDSEC ha spunti interessanti, alcune mappe o cambiamenti recenti sono considerati passi nella direzione giusta.

Il punto non è che Battlefield 6 sia privo di qualità ma che esse sembrino disperse dentro un impianto che non riesce a diventare davvero memorabile.

 

 

Cosa pensiamo noi di KotaWorld

La nostra sensazione, maturata dopo diverse ore di gioco, è che Battlefield 6 sia uno di quei titoli che all’inizio riescono a illuderti. Il primo impatto non è necessariamente negativo. Anzi, per qualche ora può sembrare di vedere qualcosa di nuovo, qualcosa di grosso, qualcosa che finalmente prova a rimettere Battlefield in carreggiata. La distruzione c’è. Gli scontri ci sono. Il rumore di fondo della guerra c’è. La confezione, almeno in superficie, sembra quella giusta.

Poi però arriva una sensazione strana, difficile da ignorare: sotto la vernice nuova si percepisce un odore pesante di mobile vecchio.

È una metafora dura, ma rende bene l’idea. Battlefield 6 sembra moderno nella pelle, ma vecchio nella visione ma non nel senso buono, quello della tradizione recuperata con intelligenza. Vecchio nel senso di prodotto costruito con logiche già viste, già consumate, già stanche: battle pass, cosmetici, modalità inseguite perché “funzionano sul mercato”, interfacce rumorose, progressioni da riempitivo, contenuti distribuiti a scaglioni per tenere acceso il calendario più che la passione.

Quello che manca davvero è l’effetto wow.

Non parliamo del wow grafico fine a sé stesso. Parliamo del wow da Battlefield. Quello che ti fa chiudere una partita e dire: “Ok, ne faccio un’altra”. Quello che ti fa raccontare agli amici un momento assurdo successo solo a te. Quello che ti fa accettare anche una sconfitta perché dentro quella sconfitta hai vissuto qualcosa di cinematografico, caotico, imprevedibile e tuo.

Con Battlefield 6, troppo spesso, questo non accade o meglio... accade a tratti, ma non abbastanza da creare dipendenza positiva.

Dopo circa 60 ore, la sensazione personale è molto chiara: il gioco non attira più come dovrebbe. Non chiama. Non genera quel bisogno quasi fisico di tornare. Non dà l’idea di un campo di battaglia vivo ma di un prodotto che cerca continuamente di convincerti che è vivo. Questa, secondo noi, è una differenza enorme!

Il problema non è soltanto la quantità di contenuti. È la direzione. Battlefield 6 sembra avere tante parti, ma non sempre un’anima coerente. Vuole essere Battlefield classico, ma anche shooter moderno ipercompetitivo. Vuole essere guerra totale, ma anche battle royale. Vuole essere realistico, ma anche vendibile tramite skin e pacchetti. Vuole essere premium, ma ragiona spesso come un free-to-play. Vuole recuperare la fiducia dei veterani, ma rincorre continuamente modelli che quei veterani percepiscono come estranei.

Il risultato è un gioco che non appare completamente sbagliato, ma appare confuso.

 

 

Riflessioni critiche e cosa non ha funzionato

 

1. Una direzione artistica poco riconoscibile

Battlefield 1 aveva una direzione artistica fortissima. Piaccia o meno, era riconoscibile in pochi secondi. La Prima guerra mondiale veniva reinterpretata con una potenza audiovisiva straordinaria: fango, metallo, fuoco, trincee, cavalli, zeppelin, musica, tragedia. Anche quando perdevi, restavi dentro l’esperienza perché il gioco aveva un’identità.

Battlefield 6, invece, fatica a imprimersi. Non basta avere esplosioni, soldati, droni, carri e armi moderne per avere una direzione artistica. Serve un immaginario. Serve una firma. Serve una coerenza tra interfaccia, mappe, colori, sonoro, ritmo e tono. Qui, invece, troppe volte si ha la sensazione di un prodotto “assemblato” per rispondere a checklist contemporanee: deve avere il battle pass, deve avere la modalità free-to-play, deve avere la componente competitiva, deve avere il ritorno nostalgico, deve avere la skin, deve avere l’evento.

Ma una checklist non è una visione.

 

2. Il recupero tardivo delle cose che già funzionavano

Una delle critiche più frustranti riguarda la quantità di elementi storici della serie che avrebbero potuto essere inseriti o valorizzati subito. Battlefield non doveva inventarsi tutto. Aveva già un patrimonio enorme: mappe memorabili, sistemi sociali, browser server, plotoni, classi, veicoli, modalità, rotazioni, community tools, logiche da sandbox militare.

Invece, il gioco sembra spesso procedere come se certe conquiste fossero state dimenticate. Il ritorno di mappe storiche è positivo, ma appare anche come un’ammissione: molte cose del passato funzionavano ancora. Non serviva sostituirle con idee più alla moda. Serviva aggiornarle, rifinirle, retexturizzarle, bilanciarle e inserirle in un contesto tecnico moderno.

La nostalgia, quando è usata bene, non è pigrizia. È memoria progettuale.

Il problema è quando la nostalgia arriva a pezzi, come contenuto stagionale, dopo che il gioco base ha già perso una fetta di pubblico.

 

3. La live service fatigue

La stanchezza da live service è ormai reale. I giocatori non sono più nel 2018. Hanno visto decine di giochi trasformarsi in piattaforme, stagioni, pass, valute, missioni giornaliere, contenuti temporanei, cosmetici, shop e roadmap. Non basta più dire “arriveranno contenuti”. Bisogna convincere che quei contenuti servano al gioco, non solo al calendario commerciale.

Battlefield 6 dà spesso la sensazione di essere stato costruito attorno a una necessità: trattenere l’utente, misurarlo, monetizzarlo, farlo rientrare nel ciclo. Ma Battlefield, nella memoria di molti, non era questo. Era un’esperienza prima ancora che una piattaforma. Era un campo di battaglia, non una dashboard.

Quando il giocatore apre il gioco e percepisce più il sistema commerciale che il fronte, qualcosa si rompe.

 

4. REDSEC e il problema dell’inseguimento

La modalità battle royale REDSEC è il simbolo perfetto di questa tensione. Può avere idee buone, può essere tecnicamente interessante, può persino divertire una parte del pubblico. Ma la domanda è: serviva davvero a Battlefield? O serviva a EA per dire agli investitori e al mercato che anche Battlefield aveva la sua porta d’ingresso free-to-play, il suo ecosistema parallelo, la sua risposta ai trend dominanti?

Non è un caso che molte recensioni critiche parlino di un Battlefield che rincorre Call of Duty e Warzone. La community non rifiuta il cambiamento per principio. Rifiuta la sensazione che il franchise venga piegato a identità altrui.

Battlefield non deve vincere copiando Call of Duty. Battlefield deve vincere facendo ciò che Call of Duty non può fare.

 

5. Prezzo premium, sensazione da prodotto ibrido

Un altro nodo è il prezzo. Al momento, il gioco base risulta ancora venduto a prezzo pieno, mentre la Phantom Edition mantiene un posizionamento ancora più alto. Il problema non è soltanto il prezzo in sé. Il problema è il contrasto tra prezzo premium e sensazione da ecosistema live service molto aggressivo.

Se compro un gioco a prezzo pieno, mi aspetto una base solida, ricca, completa e rispettosa. Se poi dentro trovo battle pass, monetizzazione, contenuti cosmetici e progressioni pensate per spingere il ritorno costante, la tolleranza diminuisce. Il pubblico accetta microtransazioni e pass in un free-to-play; le accetta molto meno quando ha già pagato il biglietto intero.

Battlefield 6 vive esattamente in questa zona grigia: premium quando vende, live service quando trattiene.

 

6. Il problema più grande: non genera abbastanza amore

Alla fine, il punto più grave è forse il meno tecnico. Battlefield 6 non genera abbastanza amore.

Può generare partite divertenti. Può generare qualche clip. Può generare rabbia, discussioni, picchi di rientro con le stagioni, curiosità per una mappa storica. Ma fatica a generare appartenenza. E Battlefield, storicamente, viveva di appartenenza. Viveva di server, clan, plotoni, community, amicizie, rivalità, abitudini, mappe imparate a memoria, ruoli scelti non perché erano meta, ma perché facevano parte del proprio modo di stare in battaglia.

Un Battlefield senza appartenenza è un Battlefield dimezzato.

 

 

Suggerimenti per il futuro

Se EA e Battlefield Studios vogliono davvero salvare Battlefield 6, non basta aggiungere contenuti. Serve una scelta culturale. Bisogna decidere se Battlefield deve essere un prodotto che insegue il mercato o un franchise che torna a guidare una propria nicchia con orgoglio.

Il primo passo dovrebbe essere il recupero pieno dell’infrastruttura comunitaria. Server browser vero, custom lobbies solide, plotoni, strumenti sociali, gestione avanzata delle squadre, filtri chiari, rotazioni modificabili, possibilità di costruire comunità stabili. Battlefield non può vivere solo di matchmaking anonimo. Deve tornare a essere anche un luogo.

Il secondo passo è una correzione profonda del level design. Servono mappe più grandi, più leggibili, più verticali quando serve, più aperte ai veicoli, ma anche più intelligenti per la fanteria. Non basta mettere tanto spazio. Serve spazio significativo. Serve che ogni area racconti un tipo di scontro diverso. Serve che i veicoli non siano né dominanti né inutili. Serve che la distruzione apra percorsi, modifichi gli equilibri, cambi davvero la partita.

Il terzo passo riguarda il recupero intelligente delle mappe storiche. Non come contentino nostalgico, ma come base strategica. Battlefield ha un archivio enorme di luoghi che i fan amano ancora. Prendere mappe storiche, aggiornarle tecnicamente, reimmaginarle con criterio e inserirle in pacchetti consistenti potrebbe essere molto più efficace di una continua corsa a contenuti nuovi ma deboli.

Il quarto passo è tecnico: netcode, hit registration, audio, matchmaking, bilanciamento dei team, anticheat, performance CPU, feeling dei veicoli. Queste cose non fanno titoli spettacolari come una nuova mappa, ma sono ciò che decide se un FPS competitivo viene percepito come giusto. E se un gioco non viene percepito come giusto, la community se ne va.

Il quinto passo è separare meglio le identità. Se REDSEC deve esistere, esista pure. Ma non deve divorare Battlefield. La parte battle royale non può sembrare la priorità mentre la guerra totale fatica a respirare. Battlefield deve avere il coraggio di dire: il cuore è qui, nelle grandi battaglie, nei veicoli, nelle squadre, nelle classi, nella distruzione, nella cooperazione. Il resto può orbitare attorno, ma non sostituire il sole.

Il sesto passo è ridurre la sensazione da negozio. Meno rumore commerciale, più immersione. Meno skin urlate, più coerenza artistica. Meno sfide artificiali, più progressione naturale. Meno “torna perché devi completare il pass”, più “torna perché la partita di ieri ti è rimasta in testa”.

Il settimo passo è comunicativo. La community non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di trasparenza. Roadmap chiare, priorità esplicite, ammissione degli errori, test pubblici sensati, feedback realmente integrato. Non basta dire “vi ascoltiamo”. Bisogna dimostrare di aver capito cosa si è rotto.

 

 

Che fine farà BF6?

Battlefield 6 non è finito. Ma il franchise si trova in un punto molto delicato. E qui bisogna essere onesti: Battlefield non rischia necessariamente di sparire domani. Una IP così grande difficilmente viene abbandonata di colpo. Il rischio è peggiore: diventare una saga zombie.

Una saga zombie non è morta. Continua a uscire. Continua a vendere qualcosa. Continua ad avere stagioni, trailer, eventi, pass, bundle, ritorni nostalgici, dichiarazioni di ascolto della community. Ma non è più culturalmente centrale. Non detta più la linea. Non fa più sognare. Non sposta più il discorso. Sopravvive perché il nome è troppo grande per essere buttato, ma non abbastanza vivo da essere amato come prima.

Questo è il vero pericolo per Battlefield!

Il discorso su EA è inevitabile. Electronic Arts è una macchina enorme e ragiona prima di tutto in termini di rendimento, proprietà intellettuale, ricavi, engagement, monetizzazione, margini e controllo del rischio. La passione esiste sicuramente dentro i team di sviluppo, perché nessuno realizza un gioco di questa scala senza persone competenti e appassionate. Ma il problema è il livello decisionale superiore: quando una IP storica viene gestita soprattutto come asset, la storia diventa utile solo se converte. La nostalgia diventa una leva. La community diventa un segmento. Il gameplay diventa retention. Il campo di battaglia diventa funnel.

Ed è qui che nasce la rabbia dei fan!!

Non perché i giocatori siano ingenui e pensino che le aziende non debbano guadagnare. Tutti sanno che un videogioco tripla A deve vendere. Il punto è un altro: quando l’idea di guadagno alla minor spesa possibile diventa percepibile dentro il design, il giocatore se ne accorge. Se ne accorge quando mancano funzioni storiche. Se ne accorge quando le mappe sembrano povere di pensiero. Se ne accorge quando il battle pass è più leggibile della direzione artistica. Se ne accorge quando la modalità alla moda sembra avere più attenzione del cuore della saga. Se ne accorge quando il gioco sembra progettato per occupare tempo più che per creare ricordi.

La domanda “farà la fine di Ubisoft?” va trattata con cautela. EA non è Ubisoft e la situazione economica e industriale delle due aziende non è identica. Ubisoft è diventata negli ultimi anni il simbolo di una crisi da sovrapproduzione, formule ripetute, ristrutturazioni, perdita di fiducia e difficoltà nel trasformare IP enormi in entusiasmo reale. EA, dal canto suo, ha ancora franchise sportivi giganteschi, un portafoglio molto forte e una posizione industriale diversa. Ma il rischio culturale è simile.

Quando un publisher comincia a trattare le proprie serie storiche come contenitori da monetizzare più che come mondi da custodire, il pubblico può perdonare una volta, forse due. Poi smette di crederci e poi non basta più un trailer con la musica giusta, una mappa storica, una skin esclusiva o una stagione chiamata in modo aggressivo. Serve ricostruire fiducia, una valuta più difficile da recuperare.

Battlefield può ancora salvarsi? Sì. Ma non con mezze misure.

La Stagione 3 è un tentativo. La Stagione 4, con il ritorno della guerra navale, Wake Island, nuove mappe e strumenti più richiesti dalla community, potrebbe essere un altro banco di prova decisivo. Ma il tempo non è infinito. Ogni mese in cui Battlefield 6 non riesce a generare entusiasmo vero rende più difficile riportare indietro chi se n’è andato.

La cosa più triste è che la soluzione, almeno in parte, sembra evidente: Battlefield deve smettere di chiedersi come assomigliare agli altri e deve tornare a chiedersi cosa gli altri non possono copiare. Nessun altro FPS mainstream ha davvero lo stesso potenziale di guerra totale, caos leggibile, distruzione, veicoli, classi e storie emergenti. Ma quel potenziale va rispettato. Non spremuto. Non diluito. Non trasformato in una cornice per vendere l’ennesimo contenuto cosmetico.

Battlefield 6 oggi non è un disastro totale, sarebbe ingiusto dirlo. Ha momenti riusciti, qualità tecniche, buone idee, contenuti in arrivo e una base di giocatori ancora significativa ma è anche un gioco che sembra aver mancato il bersaglio più importante: farci innamorare di nuovo. Per una saga come Battlefield, questo pesa più di qualsiasi patch note.

Perché i fan non chiedevano soltanto un nuovo capitolo. Chiedevano un motivo per tornare a credere. Chiedevano l’effetto wow. Chiedevano quella partita impossibile da raccontare senza gesticolare. Chiedevano una guerra totale con un’identità chiara, non un prodotto premium con il cuore da piattaforma stagionale.

Battlefield 6 può ancora cambiare rotta ma deve farlo in fretta, con coraggio e con umiltà. Deve recuperare le funzioni storiche, ricostruire la community, sistemare le fondamenta tecniche, ridare centralità alle mappe, limitare il rumore commerciale e ricordarsi che Battlefield non è grande perché può imitare il mercato.

Battlefield è grande quando fa Battlefield.

Oggi, più che mai, questa saga ha bisogno di smettere di vendere nostalgia e ricominciare a meritarsela!

Informazioni sull'Autore

Eughenos

Biografia

- Direttore di KotaWorld.it
Eugenio vive felicemente intrappolato tra tre habitat decisamente diversi: le aule di un liceo veneto, i fondali marini e mondi digitali. La tecnologia, invece, gli è entrata in casa molto prima di qualunque microscopio: un padre irriducibile giocatore di NES gli ha insegnato che dietro ogni videogame c’è un mondo interessante… e dietro ogni computer c’è quasi sicuramente un problema da risolvere.
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