Esistono videogiochi che cercano di raccontare una storia. Altri che cercano di sorprendere. Poi esistono quei rarissimi titoli che sembrano voler instaurare una conversazione diretta con il giocatore, metterlo davanti a uno specchio e chiedergli: “Perché ami i videogiochi?”.
The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time appartiene senza alcun dubbio a quest'ultima categoria. Sviluppato da Coin Drop Games, il titolo si presenta inizialmente come il remake di un JRPG perduto degli anni Novanta. Un’opera leggendaria, dimenticata dal tempo, di cui oggi sarebbe sopravvissuta soltanto l’ultima ora di gioco. Una premessa intrigante che però dura giusto il tempo necessario a farvi abbassare la guardia. Perché questo non è davvero un JRPG.
E, probabilmente, non è nemmeno il gioco che pensate di aver comprato.
Il JRPG che non vuole essere un JRPG
L’errore più grande che si possa commettere è avvicinarsi a The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time aspettandosi un classico gioco di ruolo giapponese. Sì, ci sono sprite, città, mostri, boss e persino combattimenti. Sì, l’estetica richiama immediatamente quell’epoca magica in cui Final Fantasy, Chrono Trigger e compagnia definivano l’immaginario di un’intera generazione.
Ma è tutta scenografia.

Dietro quella facciata si nasconde soprattutto un’avventura investigativa e un gigantesco puzzle narrativo. Il gameplay ruota attorno all’osservazione, alla deduzione e alla raccolta di informazioni. Manuali di istruzioni, commenti degli sviluppatori, documentari amatoriali incompleti, annotazioni lasciate ai margini delle pagine e segreti nascosti ovunque diventano gli strumenti con cui ricostruire una verità molto più grande della semplice trama. Più si avanza, più emerge una sensazione quasi paranoica: qualsiasi cosa potrebbe essere un indizio: una frase apparentemente insignificante, un dettaglio sul bordo di una pagina, un elemento dello scenario, una nota scritta a mano. Il gioco riesce a trasformare il dubbio in meccanica ludica.
Tunic, The Beginner's Guide e un pizzico di follia
Trovare paragoni precisi non è semplice, ma chi ha giocato Tunic riconoscerà immediatamente il piacere quasi archeologico di sfogliare pagine di manuali alla ricerca di dettagli nascosti. Allo stesso tempo, il modo in cui l’opera utilizza il medium per parlare di autorialità, interpretazione e rapporto tra creatore e pubblico ricorda inevitabilmente The Beginner's Guide. Eppure limitarlo a una somma di influenze sarebbe ingiusto. The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time prende questi riferimenti e li rielabora in qualcosa di sorprendentemente personale. Ogni nuovo livello di lettura apre la porta a un altro livello ancora, in una spirale meta-narrativa che diventa sempre più ambiziosa. È uno di quei giochi in cui si inizia cercando di risolvere enigmi e si finisce per interrogarsi sul significato stesso dell’esperienza videoludica.

Dire poco e suggerire molto
Una delle qualità più notevoli del titolo è la sua capacità di costruire mistero senza affidarsi continuamente a colpi di scena. Molti giochi meta contemporanei sembrano ossessionati dal desiderio di stupire il giocatore a tutti i costi. Qui, invece, il fascino nasce dalla scoperta graduale. Ogni risposta genera nuove domande, ogni certezza viene rimessa in discussione. La narrazione procede come un'indagine archeologica in cui il giocatore ricostruisce pezzo dopo pezzo un'opera che forse non è mai realmente esistita.
È una struttura che richiede attenzione e partecipazione attiva, ma che riesce a ripagare costantemente con piccoli momenti di illuminazione. Quei meravigliosi istanti in cui due informazioni apparentemente scollegate si incastrano all'improvviso e tutto acquista un nuovo significato.

Naturalmente non è un gioco perfetto. L'assenza di salvataggi automatici può risultare frustrante in alcune sezioni, soprattutto considerando la natura sperimentale dell'opera. Inoltre chi cerca sistemi di progressione profondi, statistiche, equipaggiamento o combattimenti complessi rischia di rimanere deluso. La componente RPG è funzionale alla narrazione molto più che al gameplay.
Ma sarebbe come criticare un romanzo giallo perché contiene poche scene d'azione. The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time sa perfettamente cosa vuole essere e costruisce ogni sua scelta attorno a quell'obiettivo.
Nostalgia canaglia
Anche dal punto di vista artistico il lavoro svolto da Coin Drop Games merita attenzione. L’estetica combina sprite pixelati estremamente nitidi con ambienti tridimensionali, effetti particellari e giochi di luce che generano un contrasto visivo molto particolare. Il risultato possiede una personalità immediatamente riconoscibile. In alcuni momenti il gioco riesce addirittura a evocare una sensazione quasi liminale, con ambientazioni che ricordano certi spazi sospesi tra sogno e memoria. Una sorta di nostalgia artificiale per qualcosa che non abbiamo mai realmente vissuto, dicasi anemoia.
Ed è probabilmente proprio questo il cuore dell’intera operazione. Non celebrare il passato, ma interrogarsi sul perché sentiamo il bisogno di celebrarlo.

Anche la musica svolge un ruolo fondamentale nel costruire l'atmosfera. Le composizioni richiamano apertamente l'epoca d'oro dei JRPG senza limitarsi alla semplice imitazione. I brani accompagnano l'esplorazione e la scoperta con una sensibilità sorprendente, tanto che alcune melodie finiscono inevitabilmente per restare in testa molto tempo dopo aver spento il gioco. È il tipo di colonna sonora che non cerca continuamente l'epicità, ma preferisce lavorare sottotraccia, rafforzando costantemente il tono emotivo dell'avventura.
In conclusione
The Remake of the End of the Greatest RPG of All Time è uno di quei rarissimi videogiochi che riescono a utilizzare il medium come strumento di riflessione senza perdere di vista il divertimento della scoperta. È un puzzle narrativo brillante, un omaggio sincero alla storia dei videogiochi e contemporaneamente una critica alla nostalgia fine a sé stessa. Un'opera che parte come un mistero da risolvere e finisce per trasformarsi in qualcosa di molto più personale. Non durerà cinquanta ore. Non offrirà centinaia di quest secondarie. Non rivoluzionerà il genere RPG perché, in fondo, non è nemmeno davvero un RPG. Ma riuscirà probabilmente a fare qualcosa di molto più raro: farvi pensare ai videogiochi in modo diverso.
E quando un gioco riesce in un'impresa del genere, merita tutta la nostra attenzione.













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