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Saper invecchiare è l'unica cosa che conta
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Saper invecchiare è l'unica cosa che conta

Ogni giorno viviamo una constante dipendenza dalla novità; è un mantra universale, una fibrillazione incessante ed una necessità comune.

Siamo, a tutti gli effetti, schiavi di ciò che verrà; La nostra soglia dell’attenzione si assottiglia sempre più e, con la volontà inconscia di scatenare nuova dopamina, ci convinciamo di avere costantemente bisogno di un nuovo stimolo.

Il nostro amato mondo dei videogiochi sembra non essere sopravvissuto incolume a questa dinamica e a farne le spese, sono gli ignari (o forse no?) consumatori di prodotti videoludici. Come per una pubblicità ben calibrata, veniamo incessantemente bombardati da roboanti trailer che vendono immagini potenti e sensazioni sempre vivide. Tutto è sempre confezionato al meglio come nello spot di una catena di fast-food: la merce si fa mangiare con gli occhi ed il rischio è quello di non saper più distinguere un prodotto di qualità da un ammasso di presentabilissime schifezze. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma gli esempi si sprecano e lo si nota anche nel rinnovo periodico dei contenuti all’interno di giochi che vivono (e si arricchiscono) del proprio servizio multiplayer. Call Of Duty (vittima sacrificale perfetta per questa mia critica) e tanti altri titoli AAA propongono stagioni, DLC e collaborazioni varie (spesso decisamente forzate) per fare incetta di micro transazioni e riempire la cassa aziendale. A tutti piace guadagnare ed esprimersi con contenuti ingegnosi, ma fino a che punto può l'onestà artistica essere comprata da vizi estetici così frivoli? Sono questi i casi in cui ho la sensazione che, quando un gioco ha carenza di personalità, sia costretto a prenderla in prestito altrove.

 

 

Ci lamentiamo, ma non riusciamo ad aggredire il problema

Vogliamo forse alimentare un mercato senz’anima? È davvero questo quello che desideriamo? Ma soprattutto, possiamo davvero lamentarci della fine impietosa che stanno facendo alcuni nomi cardine nel ventaglio dei grandi titoli storici?

Per via di gusti assuefatti da una routine di sapori mediocri e pareri discutibili (vedi influencer e siti web che fanno nient'altro che "marchette" ai publisher) non sempre riusciamo ad avere la lucidità nell'identificare un buon titolo sul mercato. Di fatto e sfortunatamente, il mondo continua a girare: nella speranza di placare un appetito confuso, ci riempiamo lo stomaco di quel che troviamo. Alimentiamo la macchina che demonizziamo. Sempre più veloce. Sempre più impulsiva. Condizionata da un marketing sempre più aggressivo e da recensioni fuorvianti, nonché mistificate dalla necessità di accontentare sviluppatori e giocatori.

Mi rivolgo anche a chi, come me, ama dare e leggere giudizi tramite articoli della stampa di settore: non abbiamo forse notato che troppe recensioni sembrano soltanto voler elogiare il gioco senza mai metterlo in dubbio? Non vi sorge il timore che spesso la necessità di recensire un titolo per primi ci impedisca di godere di giudizi professionali, sinceri ed informati?

Ancora una volta, seguiamo a ruota un volano dal movimento inarrestabile. Stiamo parlando di compromessi scomodi in favore di attese brevissime (noi di Kotaworld, al contrario, ci riserviamo di prenderci un tempo consono per giocare ai titoli che ci vengono assegnati, prima di recensirli). Tutto ciò ha un prezzo: una visione distorta di quel che è (artisticamente parlando) il panorama videoludico globale.

 

 

 

Estetica e contenuti non seguono una strada parallela

La nostra colpa è anche quella di aver lasciato maturare un contesto in cui l’estetica vince su level design e profondità della trama. La domanda nasce spontanea: come possiamo far sì che narrazione e meccaniche di un gioco possano diventare parte di noi stessi, se dobbiamo convivere con la constante rincorsa al futuro? Come possiamo immedesimarci in qualcosa che, invece di essere un’esperienza profonda e personale, diventa soltanto l’ennesimo capitolo di un processo affannoso per stare al passo con i tempi ed i fatturati? 

Abbiamo permesso che la mediocrità diventasse la normalità, ed ora finiamo per esaltarci di fronte a tutto ciò che riesce ad uscire dai binari del trend del momento; portando qualche esempio attuale, penso ad ARC Raiders e Battlefield 6: nel mezzo del fallimentare abominio di stranezze dei concorrenti, brillano della propria energia ed identità. Non è forse vero che quando manca la luce, i nostri occhi cadono anche sulla più piccola scintilla nel buio?

Ammetto che il sottoscritto stia subendo il processo generazionale che lo rende vittima del suo invecchiare; è anche vero che, tuttavia, non riesco accettare il fatto di non avere più la capacità di sostenere il giusto studio e approfondimento di tutti gli aspetti che ogni gioco meriterebbe, semplicemente perchè ce ne sono troppi; spesso anche esageratamente rigonfi di contenuti, per far volume ma non sostanza.

La frustrazione nasce da un concetto semplice: “tanto” non è sinonimo di “meglio”, ed il “troppo” diventa sinonimo di “dispersione”.

Da videogiocatore ed appassionato, non posso fare a meno che lasciarmi trasportare dal fiume in piena e dissezionare la mia attenzione in piccoli frammenti da distribuire al meglio; guardo ciò che vedo in superficie. Mi devo accontentare di una mappa infinitamente grande e di sfavillanti luci volumetriche perché, sotto all’abito di fine sartoria, si nasconde un rozzo poco di buono. Il mio esempio ideale per “l’eccezione che conferma la regola” (non è l’unica) risiede in Zelda BOTW ed il successivo TOTK: prestati ad una console retrodatata, riescono a trasmettere stupore, sorpresa, fantasia e immersione senza tempo. Mi voglio sbilanciare: tra diversi anni, quando i nostri figli raccoglieranno da uno scatolone una strana console analogica con impugnatura rossa e blu, proveranno forse a far girare un vecchio supporto fisico da inserire in una scomoda fessura... Ed è a quel punto che resteranno incantati nel muovere Link tra personaggi ispirati e paesaggi eterni, che nascondono sempre qualcosa in più per stimolare la nostra meraviglia.

 

Sopravvivere alla prova del futuro

Non sono i modelli poligonali più moderni né la scheda grafica più performante a garantire ciò che ho appena descritto. Serve qualcosa che faccia sentire la stessa sensazione che provai io quando, per la prima volta, accesi di nascosto la PlayStation di mio fratello maggiore per giocare (terrorizzato) a Resident Evil: Novità e coraggio per un prodotto diverso, che vuole essere se stesso e non ha paura di essere rifiutato. Servono idee e carisma che possano nascondere al tempo le rughe di una lunga vita. Perché la fama è inutile se breve e autoreferenziale, come per un giovane corpo che si vende finché non è finita la sua primavera.

La bellezza della carne non è eterna, ma lo sono invece gli ideali dell’uomo. Anche nei concetti di sviluppo per quello che qualcuno affermerebbe essere “soltanto un gioco”.

Questo è quello a cui penso quando immagino un titolo senza data di scadenza, che vive senza l’ausilio di tecnologia all’ultimo grido e che segna indelebilmente la mente di chi lo gioca. Immortale, anche se forse troppo anziano per nascondere le proprie debolezze.

Mi piace immaginare questo momento storico come una prima avvisaglia (chi ha detto "AI"?) di una depressione artistica, simile a quelle economiche o sociali che hanno segnato i nostri popoli: dobbiamo accettare che, ciclicamente, ci sia un ammanco di qualità e fantasia.

 

Possiamo agire per cambiare le cose

Cosa possiamo fare noi tutti nel nome della comunità di sognatori che rappresentiamo? Forse nulla, eppure nessuno ci vieta di immaginare ancora. Di essere curiosi. Di provare ad uscire dai nostri confini. Di dare l’opportunità a qualcosa di diverso, non familiare e meno popolare. Di accettare che certe relazioni morbose e ripetitive possano finire, perché il vero amore è anche sapersi dire addio (anche dopo migliaia e migliaia di ore di gioco).

...E chi lo sa, magari scoprire dietro l’angolo un nuovo piacere in qualcosa che non avremmo preso prima in considerazione. Credo che sia questo il modo in cui si prepara la terra fertile per un nuovo capolavoro.

La nostra rivolta deve partire dallo scardinare le sicurezze di chi ha smesso di innovare per venderci prodotti che appagano solo abitudini e superficiali apparenze. Siamo noi ad avere lo scettro di comando e, come consumatori, abbiamo il potere di boicottare la mediocrità. È così che potremo vedere ancora ed ancora bambini ed adulti che sorridono di fronte a un videogioco che conta il triplo dei loro anni di vita; Anche senza periodici ritocchi di chirurgia plastica su texture e contenuti aggiuntivi.

 

Credo di aver capito quale sia l’elemento distintivo di una stella nel firmamento videoludico: In fondo, per essere un vero capolavoro, saper invecchiare è l’unica cosa che conta.

 

 

 

Autori KotaWorld.it - Clicca per scoprire chi sono

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