Non servono grandi team o budget milionari per creare esperienze capaci di scuotere il giocatore. Basta un’idea forte, un’atmosfera curata e la giusta dose di coraggio. Casting Whispers, horror psicologico nonchè primo progetto del solo-dev Lantern Bay Entertainment, sembra nascere proprio da questa convinzione: un viaggio psicologico nella mente e nei sensi, dove il suono diventa la chiave per sopravvivere. Ambientato nella Corburgh degli anni ’60, tra leggende urbane e paranoia accademica, il gioco promette brividi raffinati e introspezione.
Ma come spesso accade, tra ambizione e realtà la distanza può diventare un abisso.
Un’idea brillante (sulla carta)
1961, Corburgh, Connecticut. Una città industriale corrosa dal tempo, dalle colpe del passato e da presenze che si sussurrano solo nei vicoli più oscuri. È qui che vive Victoria, giovane assistente di laboratorio impegnata nello studio della percezione extra-sensoriale (ESP), richiamata in fretta e furia dalla misteriosa scomparsa del suo mentore, il professor Henry Zubringer. Le premesse sono perfette per un horror psicologico raffinato: un’America anni ’60 sospesa tra scienza e superstizione, una protagonista fragile ma determinata, e un’indagine che promette di fondere mente e paranormale. Tutti gli ingredienti, insomma, ci sono.
Eppure Casting Whispers, esordio firmato da Lantern Bay Entertainment, è un racconto che sussurra più di quanto riesca davvero a dire. Il concept alla base del gioco è tanto originale quanto ambizioso: chiudere gli occhi per ascoltare il "mondo" che ci circonda, reale o meno che sia. Un gesto di vulnerabilità che diventa un’arma, un modo per percepire ciò che sfugge alla vista, rievocare il passato e scoprire ciò che si cela dietro le mura di un vecchio condominio maledetto. Un’idea di game design audace e carica di tensione potenziale, che prova a spostare il baricentro dell’horror ancora di più verso il puro reame sensoriale.

Sulla carta, funziona. Nella pratica, però, il risultato è ben diverso: quella che dovrebbe essere una meccanica capace di immergere il giocatore nel silenzio e nell’angoscia del non visto si trasforma presto in un semplice “tasto da premere” per far avanzare la trama. Il fascino del concetto svanisce dietro interazioni ripetitive e poco ispirate, fino a diventare un rituale meccanico più frustrante che coinvolgente.
Un racconto frammentato
Sul piano narrativo, Casting Whispers si muove in bilico tra thriller e horror psicologico, ma non trova mai un’identità stabile. La storia vorrebbe essere un viaggio interiore nella mente e nei sensi di Victoria, un’indagine che scava tra memoria, colpa e follia, ma la scrittura non riesce a sostenere il peso di queste ambizioni. I numerosi diari, le lettere e i monologhi interiori cercano di delineare un quadro complesso e introspettivo, eppure finiscono per somigliare più a un collage di spunti che a un racconto coerente. Il risultato è un flusso di coscienza frammentato, che alterna momenti ispirati a passaggi ridondanti o privi di mordente.

Victoria, dal canto suo, resta un personaggio intrappolato tra le intenzioni narrative e la mancanza di direzione. È più testimone che protagonista, priva di una reale capacità d’azione, e per questo difficile da comprendere o da sentire vicina. Ci sono accenni a una personalità tormentata, ma restano sospesi nel vuoto: non bastano a farci entrare davvero nella sua mente, né a provare empatia per le sue paure. A peggiorare la situazione, la struttura del gioco spesso abbandona il giocatore a sé stesso. Gli obiettivi non sono chiari, gli indizi sono sparsi in modo caotico e la progressione sembra basarsi più sul tentativo che sulla deduzione. Si rimane fermi ad aspettare che qualcosa accada, oppure si vaga per corridoi e stanze in cerca di un evento che sblocchi il capitolo successivo. Non è la tensione dell’ignoto a tenere in sospeso, ma la frustrazione di non capire cosa il gioco voglia davvero da noi.
Il confine tra mistero e disorientamento è sottile, e Casting Whispers lo oltrepassa troppo spesso nel verso sbagliato. Invece di sentirsi parte di un incubo lucido, il giocatore finisce per avere la sensazione di essere intrappolato in un sistema instabile, dove il silenzio non inquieta, ma irrita, e dove il vero orrore è restare bloccati da un bug o da una meccanica mal calibrata.
Atmosfera impeccabile, ma fragile
Se c’è un aspetto in cui Casting Whispers riesce davvero a distinguersi, è l’atmosfera. Fin dai primi minuti, il titolo di Lantern Bay Entertainment trasporta il giocatore in una Corburgh malinconica e opprimente, dove la luce stessa sembra pesare sull’aria. Realizzato in Unreal Engine 5, il gioco offre ambientazioni sufficientemente realistiche e ispirate, illuminate da una fotografia quasi cinematografica che evoca i thriller americani degli anni ’60. La polvere sospesa nell’aria, i neon tremolanti e i corridoi angusti creano una sensazione costante di attesa, come se dietro ogni porta potesse nascondersi qualcosa, o qualcuno (cosa che, purtroppo, raramente succede).
Nonostante le inevitabili limitazioni di una produzione indipendente, il developer dimostra un sorprendente senso estetico. L’escamotage di non mostrare mai i volti, celati da porte socchiuse, cornici sfocate o tagli di luce, non è un difetto, ma una scelta stilistica raffinata che dona mistero e coerenza visiva al racconto. È un modo intelligente per mascherare l’assenza di animazioni complesse, trasformandola in una cifra autoriale. Peccato che questa magia visiva si incrini presto sotto il peso della tecnica. L’ottimizzazione lascia molto a desiderare: crash improvvisi, stuttering marcato durante la rotazione della visuale e cali di frame rate frequenti interrompono la fluidità dell’esperienza. Anche il caricamento delle scene, a volte brusco o incompleto, spezza la tensione e vanifica la cura con cui il gioco costruisce la propria atmosfera. In un titolo basato sulla percezione e sui sensi, ogni singolo inciampo tecnico pesa doppio.

Eppure, anche quando l’immagine vacilla, il suono resta saldo. L’audio design è il motivo principale per cui valga la pena provare il titolo. Ogni rumore, dal cigolio di un pavimento al battito lontano di un orologio, è dosato con precisione quasi chirurgica. Le stanze sembrano respirare, i muri paiono scrutare, e il silenzio stesso diventa una presenza tangibile, più opprimente di qualsiasi figura minacciosa. La colonna sonora, intrisa di malinconia noir, contribuisce a rafforzare l’ambientazione anni ’60 con note lente, quasi fumose, che accompagnano Victoria come un’eco della sua mente inquieta. Anche il doppiaggio sorprende: pur con qualche incertezza nella recitazione, si mantiene credibile e coerente, senza mai rompere l’immersione.
In conclusione
Casting Whispers è un progetto estremamente ambizioso e visivamente notevole per essere opera di un solo sviluppatore, ma soffre di bug, scarsa ottimizzazione e una narrativa discontinua che spegne ogni tensione. Un esperimento interessante, ma non ancora pronto per incantare davvero.
























