Immagina la scena. Sei accerchiato, senza via di fuga, con dieci proiettili in canna mentre diciotto psicopatici urlanti (si, proprio quelli che si puntano il dito alla tempia a mo di pistola - che poi è anche il simbolo di una band chiamata "Agonoize" se vi volete fare un po' di cultura musicale) ti usano come tiro al bersaglio.

È la fine. Poi, alzi lo sguardo e vedi un luccichìo. Un appiglio metallico. Una speranza. Un colpo di rampino e voli via, atterrando con stile dietro una cassa di munizioni. Il tempo di premere "R" per ricaricare, e la caccia si inverte: lo psicopatico sei tu. Questo è il cuore pulsante di Borderlands 4: un distillato di caos, fughe e vendette che la serie ha perfezionato fino a renderlo una forma d'arte. Gearbox torna sul suo pianeta preferito, quello del looter-shooter senza fronzoli dalla grafica sui generis, con un capitolo che non vuole rivoluzionare nulla, ma che lucida la sua formula fino a farla brillare all'inverosimile.
Il Re è morto, lunga vita al Re (come dicono gli inglesi)
Partiamo subito dal punto focale: a Borderlands si gioca per sparare, e gli sviluppatori di Gearbox lo sanno benissimo. Il gunplay è solido, gratificante e più frenetico che mai. La vera novità, in linea con le tendenze del gaming moderno, è l'introduzione di una mobilità verticale che dona nuova linfa agli scontri. Rampino e planate non stravolgono il gameplay ma lo velocizzano, offrendo quella frazione di secondo per ingaggiare da una nuova angolazione (o per darsela a gambe quando le cose si mettono male).
Le arene e, soprattutto, i boss fight, beneficiano enormemente di questa agilità sulla terza dimensione fino a far diventare i combattimenti contro i boss più grandi un balletto mortale fatto di posizionamento, gestione dei minion, schivate di attacchi ad area e uso strategico delle abilità. È qui che il gioco dà il meglio di sé, trasformando il semplice atto di sparare in un test di riflessi e tattica.

Come da tradizione per la saga, l’arsenale è un fiume in piena di armi di ogni forma e dimensione. Sebbene la filosofia del "miliardo di armi" possa sembrare eccessiva, alla fine ognuno trova la sua strada con quelle più congeniali. Personalmente, ho trovato la mia pace dei sensi in una fidata pistoletta, a dimostrazione che non serve per forza l'arma più esotica per dominare il campo di battaglia. A questo si aggiungono gadget e abilità a cooldown, spesso così potenti da diventare il vero fulcro della propria build quasi più delle armi stesse.

Loot, skill e rumore di fondo
Il motore che muove tutto è la caccia al bottino. Vedere a terra il bagliore arancione di un'arma leggendaria regala ancora quella primitiva scarica di dopamina di noi amanti del loot. Tuttavia, Borderlands 4 sembra aver capito che la qualità conta più del colore (che poi, ma perché arancione? Ma chi è che ha deciso che blu = raro, viola = ultra raro e arancione = leggendario? Eh?! CHI!?). Spesso, la vera gioia (o almeno la mia) non è trovare l'arma con la rarità più alta, ma quella con le statistiche giuste per il proprio stile di gioco, quella che trasforma un'arma buona nella tua arma. Quella che "...ce ne sono molte come lei, ma questa è mia...".
Meno entusiasmante è il sistema di progressione. Gli skill tree fanno il loro dovere, ma sono un elemento quasi passivo. Li apri, assegni i punti quasi senza pensarci, e te ne dimentichi fino al prossimo level up (oppure, come faccio io, fino ai prossimi 10 level up). È un peccato, perché con un sistema di abilità così dinamico, un albero delle skill più profondo avrebbe potuto aggiungere uno strato strategico notevole. Sotto questo punto di vista penso sia triste, perlomeno per Borderlands, perché anche se devo ammettere che ormai quasi tutti i giochi del genere seguano questa stessa formula, sinceramente nelle terre del bordo non si sentirebbe la mancanza di questo meta se non ci fosse.
Una trama talmente sottile da essere trasparente
E parlando di trend attuali, arriviamo alla nota dolente: la storia. Borderlands 4 ha una trama, ma è così fiacca e pretestuosa da risultare quasi invisibile. Veniamo catturati da un cattivo chiamato Timekeeper, scappiamo e iniziamo la nostra vendetta. Fine. I nuovi Cacciatori del Vault sono archetipi senza spessore, gusci estetici le cui personalità si esauriscono nel design e nelle abilità. Non c'è un retroscena, non c'è crescita del personaggio, non c'è nulla a cui aggrapparsi emotivamente.
Ma è davvero un difetto? Forse per Borderlands no, perché questa non è mai stata una serie dalla narrativa intensa e questo capitolo lo ammette senza vergogna. La storia è solo il nastro trasportatore che ci sposta da un'arena all'altra... Ma persino l'umorismo, un tempo punto di forza dei precedenti Borderlands, sembra meno incisivo. Il buon vecchio Claptrap fa il suo, strappa un sorriso, ma la scrittura generale manca di quella scintilla folle e geniale dei primi capitoli.

Un caos, bellissimo
Dove il gioco non delude è nel comparto artistico. Lo stile in cel shading iconico della serie è più dettagliato e vibrante che mai. Il mondo di Kairos, pur inserendosi in una tendenza cartoonesca che pervade ormai molti titoli, ha una sua identità forte e regala scorci notevoli.

Il level design è un altro passo avanti. Le mappe sono più grandi e, soprattutto, più dense, piene di caverne da esplorare, eventi casuali e segreti che premiano la curiosità, aggiungendo una gradita varietà al solito tran tran di "ammazza X mostri". Sul fronte tecnico, nonostante alcune lamentele online sull'ottimizzazione, con una configurazione di fascia media - e, c'è da dirlo, dopo che Nvidia ha rilasciato driver appositi a contrastare lo sdegno iniziale della community - il gioco si è dimostrato stabile e fluido.
La conclusione: fedele a se stesso, nel bene e nel male
Borderlands 4 non è un gioco per tutti. Non è un titolo che cerca di convertire chi non ha mai amato la serie. Piuttosto, è un'enorme, rumorosa e coloratissima lettera d'amore ai suoi fan. È un gioco che sa esattamente cosa vuole essere - un parco giochi adrenalinico dove staccare il cervello e godersi la pura gioia della distruzione.
Il gunplay è al suo apice, l'esplorazione è più gratificante e la varietà di situazioni è lodevole. D'altro canto, la storia è inesistente e i personaggi sono dimenticabili. Funziona? Assolutamente sì, a patto di sapere a cosa si va incontro. Se cercate una trama profonda, guardate altrove. Ma se quello che volete è sparare, saccheggiare e seminare il caos in uno degli sparatutto più soddisfacenti in circolazione, allora Borderlands 4 è esattamente il gioco che state cercando. Si mantiene fedele alla sua bandiera, e in un mercato pieno di titoli che si prendono troppo sul serio... e forse va bene proprio così.


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