Il primo impatto con Easy Delivery Co., gioco sviluppato da Sam C., è quasi incantevole, come una cartolina sbiadita che però continua a conservare il suo fascino. Le strade serpeggiano tra montagne squadrate e boschi ridotti all’essenziale, scolpiti con una grafica volutamente retrò che non ha alcuna intenzione di nascondere i propri spigoli, anzi: li mostra con fierezza, trasformandoli in cifra stilistica. È un’estetica che richiama le notti davanti alla vecchia PlayStation, quando i poligoni non erano un limite, ma l’alfabeto con cui venivano scritte le nostre avventure.
Una città fantasma e un camioncino da amare
Il gioco comincia, salgo sul camioncino, fedele compagno di viaggio, un classico keitora giapponese che risponde con sorprendente precisione ai comandi: un po’ goffo nelle salite, incerto nella neve alta, ma mai frustrante. Ogni curva diventa un piccolo rituale, accentuato dallo specchietto retrovisore che riflette le strade deserte alle mie spalle. Poi c’è la radio (quando prende), che non è un semplice orpello estetico ma un vero compagno di viaggio: spara in cuffia tracce jungle e lo-fi che riescono a dare colore anche al tragitto più banale.

E a rendere tutto ancora più surreale ci sono i protagonisti di questa storia. Noi stessi abbiamo le fattezze di un gatto e gli abitanti che incontriamo lungo il nostro percorso sono altrettanti animali antropomorfi: conigli scorbutici alla cassa dei distributori di benzina, volpi malinconiche in cafè desolati. Questa scelta estetica spinge il titolo in una direzione peculiare, un incrocio improbabile tra Death Stranding e Animal Crossing: da un lato l’isolamento, la fatica del consegnare pacchi in un mondo ostile e rarefatto; dall’altro la tenerezza e la bizzarria di personaggi zoomorfi che vivono sospesi in un microcosmo a metà tra fiaba e decadenza.
A colpire è la cura invisibile, quella che si percepisce solo giocando. Non c’è una metropoli brulicante né effetti speciali, eppure ogni piccolo dettaglio, dal ronzio del motore al dialogo buttato lì da un NPC, contribuisce a dare spessore e calore a un mondo che, sulla carta, avrebbe potuto sembrare vuoto. È come se sotto quei poligoni grezzi si nascondesse un’anima, fragile ma sincera, pronta a emergere a ogni consegna.
L’incantesimo dura poco
Poi, inevitabile, arriva la routine. Consegnare, tornare, consegnare di nuovo. All’inizio lo chiami “rilassante”: l’atto di guidare tra montagne squadrate, ascoltando la radio e scambiando due parole con un procione o un altro gattino, sembra quasi terapeutico. Dopo un paio d’ore, però, lo stesso loop si trasforma in un mantra ipnotico che rasenta il ripetitivo, e alla terza ora inizi a chiederti sinceramente perché sei ancora lì, con le zampette feline sul volante, a macinare chilometri senza meta. Nel mentre la trama lentamente si svolge, il camioncino viene migliorato per adattarsi a nuovi tipe di sfide date da terreni impervi e scivolosi, ci sono addirittura alcune "quest secondarie".

Il colpo di grazia arriva con l’ultimo upgrade, un potenziamento da 300 dollari virtuali che sembra uscito da un manuale di sadismo ludico. Per raggiungerlo serve un’ora intera di lavoro forzato, un’ora in cui non c’è progressione narrativa, non ci sono nuove meccaniche, non ci sono sorprese dietro l’angolo. Solo avanti e indietro lungo le stesse strade, caricando pacchi che potresti ormai consegnare a occhi chiusi. È grind allo stato puro, ma non quello sano, che dà un senso di crescita o di ricompensa. È il grind sterile, che ti fa sentire come un impiegato al timbro di cartellino: solo che qui gli straordinari non te li paga nessuno, e al massimo la ricompensa è un camioncino un po’ meno scassato.
Il gioco flirta costantemente con l’idea di nascondere un mistero, come se sotto la sua patina cozy si agitasse qualcosa di oscuro (basta anche solo la pagina del negozio di Steam a instillare il dubbio ndr.). Ci sono piccoli indizi disseminati qua e là: un dialogo lasciato a metà, un dettaglio architettonico fuori posto, il comportamento stranamente rassegnato degli abitanti-animali che sembrano vivere in un eterno presente, senza passato né futuro. È quell’atmosfera leggermente inquietante che ti accompagna durante le consegne: non abbastanza forte da farti paura, ma sufficiente a farti pensare che “qualcosa non quadra”. Eppure, questa tensione rimane sospesa, senza mai trovare un reale sfogo. Il twist arriva, sì, ma quando finalmente si rivela non sorprende né scuote, ma strappa al massimo un sorriso amaro.

È un’occasione sprecata, perché quell’alone di mistero avrebbe potuto dare profondità a un’esperienza che, così com’è, oscilla tra il contemplativo e il vuoto. Un po’ come una lettera consegnata a un destinatario che non la leggerà mai: l’attesa c’è, la promessa pure, ma la conclusione manca.
Perfetto per la portabilità
C’è un contesto in cui Easy Delivery Co. riesce davvero a dare il meglio di sé: la portabilità. Giocato interamente su Steam Deck, il titolo trova un suo equilibrio naturale, quasi fosse stato pensato per sessioni brevi e intermittenti. È l’esperienza perfetta da venti minuti sul divano, mentre fuori piove e il mondo reale sembra altrettanto grigio e spigoloso quanto quello low-poly sullo schermo. In questo formato tascabile, il grind perde il suo peso opprimente e la ripetitività si trasforma in un mantra rilassante, una sorta di meditazione zen a quattro ruote.
A fare davvero la differenza, però, è la colonna sonora. Lo-fi, jungle, breakcore, si mescolano in una playlist sorprendentemente fresca e varia: non accompagna semplicemente i viaggi, ma li trasforma. Ogni tragitto banale diventa una piccola fuga psichedelica, un DJ set improvvisato mentre guidi con le zampette feline strette al volante. Senza questa soundtrack, Easy Delivery Co. sarebbe molto più difficile da digerire, quasi indigesto nella sua monotonia. Con essa, invece, ti ritrovi a sorridere nonostante tutto, mentre porti un pacco a un NPC, ben sapendo che probabilmente non lo aprirà mai.

La musica diventa così l’anima segreta del gioco, il vero collante che tiene insieme grafica, atmosfera e gameplay. È un paradosso curioso: non sei tu a spingere il camioncino verso la prossima consegna, è il ritmo della radio a trascinarti avanti. E a quel punto poco importa se la destinazione è sempre la stessa: tanto, nella vita come qui, spesso conta più il viaggio della destinazione.
In conclusione
Easy Delivery Co. è un gioco paradossale: accogliente ma monotono, affascinante ma incompiuto. Riesce a evocare un’atmosfera unica grazie a grafica e colonna sonora, ma inciampa quando si tratta di dare varietà e profondità al suo gameplay.
Non è un brutto titolo, anzi: c’è un calore genuino che lo distingue dalla massa. Ma è anche il classico gioco che ti ricorda che non sempre basta l’atmosfera a reggere il peso della noia.
“Lavorare stanca, ma grindare di più”.

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