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METAL EDEN - Il fascino crudele della brevità (La Recensione)
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METAL EDEN - Il fascino crudele della brevità (La Recensione)

 

Reikon Games, che certamente ricorderete per RUINER, torna alla ribalta con METAL EDEN, un FPS fantascientifico pubblicato da Deep Silver che non nasconde le proprie fonti d’ispirazione ma le trasforma in carburante per un’esperienza dal ritmo forsennato. Le radici affondano in un immaginario visivo e tematico fatto di neon, acciaio e sangue, dove convivono richiami espliciti a Doom, Ghostrunner, Cyberpunk 2077, Ghost in the Shell e persino un pizzico dell’estetica distopica di Blame!. Il risultato non è un semplice collage di influenze, ma un amalgama che sa trovare una propria voce: un viaggio breve, concentrato e bruciante di adrenalina, che trascina il giocatore in arene dal design serrato, tra corse sui muri, scatti fulminei e sparatorie feroci. METAL EDEN è l’esempio perfetto di come la tradizione dei “boomer shooter” possa evolversi in chiave moderna, con un gameplay essenziale ma raffinato, una direzione artistica stratificata e una colonna sonora che pulsa all’unisono con ogni scarica di proiettili.

 

 

"Give'em hell, Hyper"

 

In METAL EDEN, il futuro dell’umanità è già scritto nei codici digitali dei Nuclei. Non più semplici esseri di carne e sangue, ma coscienze trasferite in supporti meccanici, corpi innestati e potenziati per prolungare un’esistenza che la natura avrebbe già decretato conclusa. È una visione familiare a chi mastica fantascienza, eppure continua a colpire perché parla direttamente alle nostre paure e desideri più contemporanei: la ricerca dell’immortalità, la fusione tra uomo e macchina, la possibilità di sopravvivere come pura informazione. Ma questo sogno di eternità si infrange su Moebius, immensa città mineraria orbitale diventata un cimitero digitale. Qui, migliaia di Nuclei civili restano prigionieri, condannati a dissolversi sotto l’avanzata della corruzione sintetica, un morbo che devasta dati e coscienze come fosse una piaga virale. A presidiare le rovine ci sono gli Ingegneri, custodi biomeccanici che incarnano la follia di un progresso sfuggito di mano, parte carcerieri e parte parassiti, a metà tra carne, acciaio e codice corrotto.

 

 

L’Hyper-Unit ASKA è l’ultima risposta possibile a questa minaccia, un’arma vivente mandata in un’operazione suicida per riportare indietro i Nuclei e, con essi, la speranza che la civiltà non sia del tutto condannata. Non c’è spazio per lunghe spiegazioni o costruzioni narrative elaborate: la lore si insinua nei dettagli, nei fondali e nelle interferenze visive, ma anche attraverso la presenza costante di una voce-guida enigmatica, che accompagna ASKA durante ogni missione. Un’entità che sembra sapere più di quanto riveli, sospesa tra alleato e manipolatore, capace di dare forma a un racconto frammentario, fatto di sussurri e frammenti di verità, che spinge il giocatore a chiedersi chi stia davvero tirando i fili all’interno di Moebius.

 

 

Untouchable

 

Il "core" pulsante di METAL EDEN è il suo gameplay: un ibrido feroce che mescola la verticalità acrobatica di Ghostrunner con le sparatorie brutali di Doom. Si corre sui muri, si scatta da una piattaforma all’altra e si abbattono nemici in una danza di proiettili e acciaio che non lascia tregua. La sensazione di velocità è costante, quasi ubriacante, e quando il level design riesce a sposarsi con l’albero delle abilità e i potenziamenti delle armi, il loop diventa pura adrenalina distillata. Il comparto sonoro, curato da Sonic Mayhem, propone un mix di brani grintosi e pulsanti, amplificando ogni colpo fino a trasformarlo in un atto di violenza tangibile. Ogni arma ha un peso, un timbro, un impatto che esalta la brutalità del combattimento e rende ogni scontro una prova di forza, tecnica e strategia. 

 

 

Eppure, nonostante queste impennate di eccellenza, il sistema non sempre trova il suo equilibrio. Reikon sembra voler emulare la filosofia del push-forward combat di Doom Eternal, obbligare il giocatore a restare costantemente aggressivo, a divorare lo spazio invece di subirlo, ma senza replicarne la fluidità chirurgica. Ne risultano momenti in cui le idee collidono tra loro: poteri che non dialogano perfettamente con l’arsenale, nemici che sembrano più ostacoli messi lì per rallentare che veri tasselli del puzzle bellico. Il gioco resta divertente e selvaggio, ma a tratti mostra le cuciture di un progetto che non ha ancora trovato la sua coesione definitiva.

 

Quando tutto inizia a funzionare… è ora di svegliarsi

 

METAL EDEN trova la sua vera anima soltanto nella seconda metà dell’avventura. È qui che l’albero delle abilità smette di sembrare un semplice contorno e diventa finalmente un motore di cambiamento: potenziamenti che aprono nuove possibilità di movimento, armi che evolvono in strumenti di distruzione totale e arene progettate per favorire scatti, wall-run e balzi ad alta velocità. Il combat system esplode in tutta la sua brutalità, regalando momenti in cui il giocatore diventa davvero un predatore cibernetico, sempre in movimento, sempre letale. Il problema è che questo slancio arriva troppo tardi: proprio quando la combinazione di skill, potenza di fuoco e level design comincia a scorrere senza intoppi, la campagna si interrompe bruscamente.

Cinque ore bastano a far scorrere i titoli di coda.

 

 

La scelta di non includere modalità aggiuntive pesa come un macigno. L’assenza di un New Game+, di sfide extra o persino di arene a ondate pensate per la rigiocabilità lascia il giocatore con ben poche ragioni per tornare a Moebius una volta visti i titoli di coda. Certo, si può affrontare di nuovo il gioco a difficoltà maggiore, ma non abbiamo trovato lo scaling della difficoltà particolarmente punitivo. In un genere che vive di padronanza e perfezionamento delle meccaniche, la mancanza di contenuti endgame o di percorsi alternativi fa percepire con ancora più forza la brevità della campagna principale.

Il risultato? È come quando da bambini la nonna ti porgeva un bicchiere d’aranciata, e solo al primo sorso scoprivi che era quella amara. METAL EDEN lascia addosso la stessa beffa: un giocattolo potentissimo, ma spezzato a metà. Forse colpa di un budget risicato, forse di un destino già scritto. Resta l’amaro in bocca: un prototipo lucidissimo che, nel momento stesso in cui trova la sua voce, smette di parlare.

E da giocatori fa male. Fa male vedere ancora una volta un titolo che osa, che ha carattere e originalità, costretto a piegarsi al mercato. C’è chi può permettersi di far uscire l’ennesimo open world da cinquanta ore "vuote", di ripetizioni travestite da grandezza; e chi invece deve concentrare talento e originalità in un lampo breve, intenso, ma destinato a spegnersi troppo presto.

 

 

 

In conclusione

 

METAL EDEN è un’esperienza breve, quasi fulminea, ma capace di imprimersi con forza grazie a un comparto audiovisivo di prim’ordine e a un combat system che, quando trova il giusto ritmo, sprigiona tutta la sua carica adrenalinica. Reikon Games dimostra ancora una volta di saper immaginare mondi dal fascino decadente, in cui la ruggine, i neon e il sangue diventano cornice perfetta per un FPS crudo, preciso ma senza troppi fronzoli. La domanda sorge spontanea: che il prossimo gioco, il terzo, possa rappresentare la loro opera magna? 

Non ci resta che attendere.

 

7.6
Voto complessivo
Grafica
8.5/10
8.5
Gameplay
8.5/10
8.5
Ottimizzazione
8.5/10
8.5
Durata
5/10
5

 

 

Informazioni sull'Autore

War

Biografia

- Staff di KotaWorld.it
Lorenzo “WaR” Agonigi nasce nell’ormai troppo lontano 1995 e già tre anni dopo, nel 1998, inizia la sua carriera videoludica, con un Nintendo 64 fiammante. Devo essere onesto, non sono stato un pro gamer fin da subito, tant’è che le mie prime esperienze più che da giocatore sono state da spettatore: mentre i miei genitori, a turno, giocavano, io mi divertivo a guardarli (ehi, ho inventato Twitch con dieci anni di anticipo!!). 

 

Autori KotaWorld.it - Clicca per scoprire chi sono

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