Di questi tempi la figura del CEO non è poi così ben vista. E infatti in Stick it to the Stickman non rappresenta altro che il nostro boss di fine livello. L'ultima trovata delirante firmata Free Lives, publicata da Developer Digital, prende il quotidiano grigiore da ufficio e lo trasforma in una giostra slapstick di violenza esagerata, humour demenziale e soddisfazioni catartiche. È il sogno segreto (e un po’ colpevole) di ogni lavoratore imprigionato tra riunioni inutili e email senza fine, messo in scena con la leggerezza di un cartone animato e la ferocia di un picchiaduro.
La cosa sorprendente è che tutto questo caos non arriva con il prezzo di un tripla A, ma con un biglietto d’ingresso ridicolo: cinque euro (due canne cit.). La prima reazione, davanti a un titolo tanto rifinito e pieno di contenuti già in accesso anticipato, è di totale incredulità.
Una scalata a colpi di calci volanti
La struttura di Stick it to the Stickman è tanto elementare quanto geniale: si parte nei panni di un impiegato qualunque, fresco di assunzione, e piano dopo piano si scala la torre dell’azienda a suon di pugni, calci, prese improbabili e mosse degne di un cartone animato malato. Ogni piano porta con sé orde di colletti bianchi sempre più aggressivi, segretarie armate di raccoglitori, stagisti disperati e middle manager con la sola missione di fermarvi. L’obiettivo? Arrivare in cima, nell’ufficio del boss supremo, e spodestarlo a suon di cazzotti. La soddisfazione di spedire un manager fuori dalla finestra con un roundhouse kick ben piazzato, guardandolo precipitare nel vuoto, è una di quelle piccole gioie videoludiche che ti restano addosso.

La formula ricorda da vicino l’immediatezza di One Finger Death Punch, ma con un grado di libertà decisamente maggiore: ci si muove a sinistra e a destra, concatenando attacchi semplicemente premendo un tasto, dando vita a un flusso continuo di mosse che si alternano in un crescendo di follia. È una danza di arti stilizzati, un balletto di violenza slapstick in cui ogni colpo genera nuove gag visive e sonore. Tra dialoghi nonsense, battute demenziali e un repertorio imbarazzante di colpi bassi, calci negli stinchi, pugni nelle parti basse e flatulenze strategiche, il gioco trova un equilibrio raro: far ridere senza perdere in immediatezza e ritmo.
Il bello è che, pur nella sua semplicità, il combat system non diventa mai banale. Ogni run è diversa, ogni sequenza di mosse porta a combinazioni esilaranti, e quel senso di caos controllato, tipico dei migliori giochi arcade, tiene incollati allo schermo con la scusa del “solo un altro piano e poi smetto”.
Un arsenale di mosse fuori di testa (e dalla finestra)
In Stick it to the Stickman è presente l'arsenale più assurdo e creativo di sempre, che si sblocca e potenzia durante la scalata. Dimenticate il classico repertorio di calci e pugni: qui si passa dal colpo così potente da far letteralmente esplodere il cuore del collega di scrivania, al lancio chirurgico della tazza aziendale, fino ad arrivare a prodezze come roundhouse kick degni di Chuck Norris o persino attacchi con armi improvvisate che spuntano dal nulla. Ogni abilità è un piccolo sketch animato, pensato per strappare una risata e allo stesso tempo far sentire il giocatore onnipotente.

La varietà è sorprendente: ad ogni run ci si ritrova a comporre un moveset differente, frutto delle scelte e degli upgrade raccolti lungo il percorso. E più si avanza, più il proprio stickman smette di essere un impiegato stressato per trasformarsi in un’arma di distruzione di massa caricaturale, capace di combinazioni sempre più folli e devastanti. Il risultato è che nessuna partita è mai uguale alla precedente, e la voglia di sperimentare nuovi incastri di abilità mantiene il gioco costantemente fresco.
Il loop di gameplay resta tanto basilare quanto magnetico: si inizia come un povero sottoposto, si ottiene la promozione a suon di cazzotti e si scala piano dopo piano fino all’ufficio del CEO. Ma la progressione è la chiave che impedisce alla formula di logorarsi: nuove mosse, nuovi personaggi giocabili e perfino nuove modalità si sbloccano man mano che si avanza, regalando sempre un motivo in più per tornare a buttarsi nell’arena aziendale. È un ciclo che mescola semplicità arcade e sorpresa costante, capace di creare dipendenza con la stessa leggerezza con cui si manda un middle manager fuori dalla finestra.
Modalità extra e community
Sebbene la scalata alla torre rappresenti il cuore pulsante dell’esperienza, Stick it to the Stickman non si limita a offrire un’unica modalità. Gli sviluppatori hanno infatti arricchito il pacchetto con contenuti alternativi, come l’arena per i duelli uno contro uno, dove l’azione si fa più tecnica e serrata, o la fabbrica, un livello a parte che ribalta le regole della “giornata in ufficio” e trasforma il tutto in una corsa disperata verso la libertà. A queste si aggiungono altre variazioni sul tema, pensate per spezzare il ritmo e regalare un pizzico di diversità. Divertono, intrattengono e contribuiscono a mostrare la versatilità del sistema di combattimento, ma nessuna di queste modalità riesce davvero a eguagliare il magnetismo puro della scalata al CEO, che rimane la quintessenza di ciò che il gioco sa fare meglio: caos, comicità e soddisfazione catartica.

Quello che però merita un applauso convinto è il rapporto tra Free Lives e la sua community. È raro vedere un team che non solo riversa passione e dettagli in ogni pixel, ma che si prende anche il tempo di ascoltare i suggerimenti dei giocatori, filtrando le idee migliori e implementandole nelle versioni successive. Non è un semplice vezzo da Early Access, ma una filosofia di sviluppo che mette al centro il dialogo e la sperimentazione condivisa. In questo senso, Stick it to the Stickman è un titolo che cresce non solo grazie alle patch ufficiali, ma anche all’energia e alla creatività della sua stessa fanbase. Ed è un aspetto che lascia ben sperare sul futuro dei contenuti, perché se questo è solo l’inizio, la scalata è destinata a diventare ancora più folle e irresistibile.
Tecnicamente leggero, artisticamente brillante
Dal punto di vista tecnico, Stick it to the Stickman dimostra quanto una buona direzione artistica possa fare la differenza anche senza un comparto grafico all’avanguardia. Il gioco gira in maniera generalmente fluida anche, seppur con qualche compromesso, su configurazioni medio basse, ma nulla che comprometta l’esperienza. Gli sviluppatori hanno inserito una modalità dedicata ai “PC deboli” che, con un paio di accorgimenti, risolve gran parte dei problemi, permettendo davvero a chiunque di godersi il caos senza troppe rinunce (e funziona in maniera eccezionale per i detentori di Steam Deck).
L’animazione degli stickman è sorprendentemente curata: i movimenti sono esagerati, ma sempre leggibili, e rendono ogni colpo uno spettacolo comico oltre che un gesto efficace. Il feedback degli attacchi è immediato e soddisfacente: tra i suoni secchi dei pugni, i calci che fanno rimbalzare i nemici contro le pareti e l’immancabile effetto “cartoon” di un corpo scaraventato fuori dalla finestra, il risultato è un piccolo trionfo di slapstick videoludico.

Visivamente, la scelta dello stile minimalista si rivela vincente: nonostante la semplicità dei modelli, l’impatto complessivo è forte e coerente, e contribuisce a dare al gioco un’identità inconfondibile. Non c’è mai confusione, anche quando lo schermo si riempie di nemici, e la direzione artistica sa alternare ambientazioni variopinte, scale aziendali piene di dettagli ironici ed effetti speciali volutamente esagerati. È una dimostrazione lampante che non serve realismo per restare impressi: basta una buona dose di stile, ritmo e autoironia.
Conclusioni
Stick it to the Stickman non è il gioco più profondo del mondo: non aspettatevi la complessità strategica e tecnica di un vero picchiaduro o la cura narrativa di un indie da festival. Ma è esattamente quello che promette: un’esperienza esilarante, fresca, capace di strappare una risata e di regalare ore di puro divertimento a un prezzo ridicolo. Un piccolo gioiello slapstick che non rivoluziona nulla, ma che ti fa venire voglia di dire: “ok, un altro giro e poi smetto”.
E ovviamente poi non smetti mai.

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