Scegliere una dottrina, radunare fedeli e intraprendere un cammino verso la santità nell’Italia medievale del XIV secolo: questa è la suggestiva promessa di Becoming Saint, roguelike strategico in tempo reale sviluppato da Open Lab Games. Nei panni di una giovane predicatrice ambiziosa, il giocatore non punta al martirio postumo, ma a ottenere riconoscimento e venerazione già in vita, guidando un movimento spirituale in continua espansione tra le città-stato italiane.
Il titolo intreccia gestione di risorse, scelte morali e combattimenti tattici su griglia, in un percorso che alterna conversioni, predicazioni e scontri tra seguaci di diversa estrazione sociale. L’idea di fondo è affascinante e originale, sospesa tra ironia e curiosità storica, e riesce a evocare il fermento religioso e politico di un’epoca segnata da conflitti di potere tra Papato e Impero. Tuttavia, al di là del concept brillante, il gioco fatica a mantenere la stessa intensità nel lungo periodo, oscillando tra intuizioni riuscite e momenti di inevitabile monotonia.
La santità è a portata di click
Ogni run di Becoming Saint prende avvio dalla scelta della propria dottrina, momento cruciale che definirà non solo il destino della nostra predicatrice, ma anche la composizione del seguito che la accompagnerà lungo il cammino verso la santità. Tre decisioni iniziali tracciano la nostra linea politica e spirituale: possiamo incarnare il fervore di un pacifista, l’intransigenza di un fondamentalista, l’ardore anarchico di chi rifiuta ogni autorità, oppure schierarci apertamente con il Papato o l’Impero, riflettendo le tensioni storiche dell’Italia medievale.

Queste scelte non sono puramente estetiche: influenzano quali seguaci saremo in grado di attrarre tra le sedici classi sociali presenti, che spaziano dai nobili ai contadini, dai preti ai lebbrosi, fino a figure marginali come prostitute e mendicanti, ciascuna con capacità e fragilità peculiari. Ogni nuova città conquistata porta con sé un’ondata di conversioni, aumentando il numero di fedeli pronti a combattere o a sostenere la nostra causa. Ma l’espansione non è gratuita: più discepoli significa anche più bocche da sfamare, e la gestione delle risorse diventa presto una sfida centrale.
Il ciclo di gioco si struttura quindi in una catena gestionale semplice ma efficace: predicare per conquistare nuovi cuori, convertire i cittadini, nutrire i seguaci e, infine, espandere il proprio culto verso altre città-stato. È una dinamica che trasmette il senso di costruzione graduale di un movimento religioso, dove la logistica quotidiana pesa quasi quanto l’ispirazione spirituale.

Lotta per la fede...e per la pagnotta
Becoming Saint alterna scelte morali e strategiche a battaglie in tempo reale su griglia, dove i nostri seguaci ( i mendicanti, nobili, lebbrosi o sacerdoti citati prima) diventano soldati di un esercito della fede. Ogni scontro mette in campo le unità reclutate durante le predicazioni, con la possibilità di supportarle tramite benedizioni, maledizioni e posture difensive. In teoria, il sistema dovrebbe offrire una componente tattica stimolante; in pratica, però, il combat system fatica a lasciare il segno.

Le meccaniche di combattimento risultano poco leggibili e scarsamente gratificanti: i danni inflitti non vengono mai comunicati in modo chiaro, le statistiche principali, come fede, energia e coraggio, non vengono spiegate a dovere e finiscono per sembrare più decorative che strategiche. Spesso si ha l’impressione di vincere o perdere senza capire bene il perché, con i nostri mendicanti che si scontrano goffamente con i difensori nemici fino a una risoluzione poco coinvolgente.
Dopo poche ore, la tentazione di attivare la modalità auto-battler diventa quasi inevitabile. Delegare le scaramucce all’intelligenza artificiale permette di concentrarsi sugli aspetti più riusciti del gioco, come la gestione dei seguaci, la predicazione e le scelte narrative, lasciando le battaglie sullo sfondo come un mero passaggio obbligato. Persino il titolo sembra consapevole della loro ripetitività, accennando ironicamente alla loro eccessiva frequenza.

Paradossalmente, Becoming Saint trova il suo momento migliore tra una battaglia e l’altra, quando ci spinge a decidere come guidare il nostro culto, quale dottrina abbracciare e come mantenere viva la devozione dei fedeli e bassa la loro fame. È in questi momenti gestionali e narrativi che il gioco rivela il suo lato più intrigante, mentre il combattimento rimane un ingranaggio funzionale ma privo di vero carisma.
Un’idea affascinante, ma poco profonda
Dal punto di vista stilistico, Becoming Saint conquista al primo sguardo. Le città pop-up in cartone, che si aprono come piccoli diorami medievali, danno la sensazione di sfogliare un libro animato. I menu in pergamena e le illustrazioni caricaturali contribuiscono a un’identità visiva immediatamente riconoscibile, capace di restituire il tono ironico e insieme pittoresco del progetto. L’atmosfera è quella di una fiaba storica deformata, sospesa tra cronaca e parodia, e per qualche ora riesce davvero a catturare la curiosità.
Peccato che, una volta superato l’incanto iniziale, il gameplay si riveli monotono. Ogni città conquistata segue uno schema pressoché identico: si schierano le truppe, si affronta una battaglia rapida e poco appagante, si convertono gli abitanti e si riparte verso la prossima meta. Non esistono minacce dinamiche, né eserciti rivali pronti a riconquistare le città cadute: l’espansione procede inesorabile e lineare, lasciando al giocatore una sensazione di inerzia ludica.

L’unico vero freno all’ascesa spirituale del nostro aspirante santo è la gestione delle risorse, in particolare il cibo per i seguaci, che diventa l’ostacolo principale nella costruzione di un culto sempre più numeroso. Si tratta però di una sfida semplice e ripetitiva, che raramente genera tensione strategica reale.
Il titolo di Open Lab Games si colloca in una nicchia già affollata di giochi “da setta”, in compagnia di nomi ben più incisivi come Cult of the Lamb, Cultist Simulator o Honey, I Joined a Cult. Rispetto ai suoi concorrenti, però, Becoming Saint fatica a trovare una voce propria: non è abbastanza satirico per risultare davvero irriverente, né sufficientemente complesso e profondo per catturare chi cerca un roguelike strategico appagante sul lungo periodo. Ne risulta un’esperienza curiosa ma effimera, destinata più a strappare qualche sorriso che a lasciare un segno duraturo.
In conclusione
Becoming Saint è un esperimento curioso, con una premessa intrigante e una presentazione visiva affascinante. Tuttavia, tra ripetitività, combattimenti poco incisivi e spiegazioni lacunose, il gioco si ferma a un passo dalla vera illuminazione. Per chi cerca un roguelike gestionale leggero e originale, può essere una piccola gemma da provare.
Per tutti gli altri, la santità può attendere.






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