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One-Eyed Likho - Horror per archetipi (La recensione)
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One-Eyed Likho - Horror per archetipi (La recensione)

 

One-Eyed Likho è l'ultima, ambiziosa creatura dello studio russo Morteshka, già apprezzato per Black Book, che ci ha trascinato in una spirale ipnotica di incubi, fiabe e folklore dimenticato. In questa recensione non si parlerà solo di gameplay, ma di quella che è stata, a tutti gli effetti, un’esperienza immersiva e sensoriale che nasce da un preciso intento autoriale: raccontare una storia antica con strumenti moderni, dare voce a leggende sopite attraverso uno stile visivo che sembra uscito da una xilografia o da un’incisione ottocentesca.

One-Eyed Likho è una di quelle opere che, al primo impatto, sembrano parlarti in una lingua arcaica, più evocata che compresa. Non è un horror qualunque, ma un viaggio onirico tra simboli, superstizioni e archetipi, dove il confine tra sogno e realtà si assottiglia a ogni passo.

 

 

Il male ha un solo occhio

 

Ambientato in una Russia del XIX secolo impregnata di superstizione e mistero, One-Eyed Likho ha come protagonisti un fabbro e un sarto, due personaggi quasi archetipici, trascinati in un viaggio surreale e oscuro alla ricerca del Likho: creatura leggendaria del folklore slavo, simbolo di malasorte, con un solo occhio e un'inquietante presenza che aleggia come un presagio. Non è un mostro qualsiasi: il Likho incarna il concetto stesso di sventura, il male inevitabile che si insinua nella vita di chi osa cercarlo. E proprio questo è il punto di partenza dell'avventura: una caccia al male che, come spesso accade nei racconti mitologici, si trasforma ben presto in una discesa negli abissi dell’animo umano.

 

 

Il mondo di gioco si dispiega come una sequenza di litografie animate, in un bianco e nero poetico e minaccioso che trasforma ogni schermata in un’incisione vivente. I paesaggi, pur ridotti all’essenziale cromatico, pulsano di vita e inquietudine. Foreste nebbiose, villaggi abbandonati, antiche rovine si susseguono come visioni sfocate di un ricordo antico, mantenendo il giocatore in bilico tra meraviglia e timore. In questo mondo deformato, dove i confini della realtà si fanno labili, la tua unica certezza è il fuoco. Sin dall’inizio, il protagonista entra in possesso di un oggetto tanto semplice quanto fondamentale: una scatola di fiammiferi che non si esaurisce mai. Il gesto di accendere un fiammifero diventerà l’azione cardine attorno a cui ruotano tutte le interazioni. Serve a illuminare, a bruciare ostacoli, a rivelare indizi nascosti o a risolvere enigmi ambientali. Ma il fuoco è molto più di un espediente ludico: è un simbolo. In un contesto narrativo dominato dal chiaroscuro, la fiamma rappresenta l’unico mezzo per fare luce.

 

 

L’uso della luce, del contrasto, dell’ombra, è dunque centrale non solo sul piano visivo, ma anche su quello tematico. Ogni fiammifero acceso è un atto di ribellione contro l’oblio, un baluardo effimero contro le forze oscure che si muovono ai margini della realtà. Gettare una fiamma su una matrioska nascosta, su un’ombra che non dovrebbe essere lì, o su un simbolo arcano inciso nel legno, ha qualcosa di ancestrale, quasi sacrale. 

 

Gameplay al servizio dell’atmosfera

 

Morteshka ha scelto consapevolmente di mantenere la sua struttura ludica su binari estremamente semplici, quasi minimali. Il gioco non ha alcuna intenzione di mettere il giocatore alla prova in senso tradizionale: i puzzle disseminati lungo il percorso sono lineari, spesso corredati da indizi visivi o narrativi inequivocabili. Non servono ragionamenti complessi o capacità di osservazione fuori dal comune; la soluzione è spesso a portata di sguardo, o addirittura svelata direttamente dal tuo compagno di viaggio, che talvolta finisce per toglierti il piacere stesso della scoperta. Ci sono, è vero, alcuni forzieri opzionali che nascondono collezionabili legati al folklore slavo, i quali richiedono la risoluzione di combinazioni leggermente più elaborate, ma anche in questi casi si tratta di enigmi dal livello di difficoltà piuttosto contenuto, pensati per un pubblico più interessato all’esplorazione e alla suggestione che alla sfida (tranne uno in particolare, che mi ha lasciato per una mezz'ora abbondante bloccato e che ho tristemente abbandonato irrisolto per poter completare questa recensione).

 

 

Le sequenze stealth, in cui il temibile Likho entra in scena in tutta la sua glaciale presenza, rappresentano gli unici momenti in cui la tensione sale davvero. Si tratta tuttavia di brevi parentesi che più che spaventare, inquietano, semplicemente evocando l'ancestrale riflesso fight or flight del mammifero che è in noi. Il gioco non cerca mai di terrorizzare nel senso convenzionale del termine: preferisce suggerire, creare disagio con il non detto, insinuare un senso di pericolo imminente attraverso il suono di passi lontani, l’ombra di una figura alle tue spalle, o il sussurro di una cantilena perduta nel vento.

È un horror delicato, a tratti quasi fiabesco, che rifiuta gli eccessi gore o il jump scare facile in favore di un’atmosfera densa, costruita per sedimentarsi lentamente nella mente del giocatore. La paura, in One-Eyed Likho, non è tanto un’emozione esplosiva quanto una sensazione strisciante, un disagio costante che ti accompagna anche nei momenti più quieti. In questo senso, il gameplay diventa quasi secondario rispetto all’esperienza sensoriale.

Questa scelta stilistica, però, ha un prezzo: per chi cerca un coinvolgimento ludico più strutturato o un sistema di gioco più ricco, One-Eyed Likho potrebbe risultare eccessivamente guidato e povero di stimoli interattivi. È una passeggiata nell’ignoto, non una corsa contro il tempo. E il piacere che ne deriva dipenderà molto da ciò che il giocatore cerca in un’esperienza horror.

 

 

Un racconto che incanta, ma non sempre coinvolge

 

Se l’impatto visivo di One-Eyed Likho è indiscutibile, è sul piano narrativo che l’opera di Morteshka mostra le sue fragilità più evidenti. La storia che regge l’impalcatura del gioco, il mito del Likho, è più suggerita che raccontata, lasciando chi non è esperto di mitologia slavica alla disperata ricerca di una linea narrativa. I dialoghi tra i due protagonisti, sebbene punteggiati da momenti di ironia o riflessione, sono troppo arcaici, sembra di essere tornati al liceo a interpretare cosa Patroclo volesse dire al Pelide Achille nella penombra della loro tenda. Le loro parole appaiono funzionali alla progressione, ma raramente riescono a evocare empatia o coinvolgimento autentico.  A questo si aggiunge la struttura volutamente criptica del racconto. Documenti, versi e oggetti collezionabili disseminati lungo il cammino offrono scorci di un folklore ricco e stratificato, ma spesso lo fanno in modo frammentario, obbligando il giocatore a colmare i vuoti per poter godere appieno del titolo. 

 

 

Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalla localizzazione: molte delle sfumature simboliche e culturali, presenti nella recitazione in lingua russa, sembrano perdersi nella traduzione inglese (ma questa è più una sensazione che una certezza, non conoscendo il russo) rendendo più difficile cogliere il sottotesto di certi passaggi. Il risultato è un racconto che affascina per la sua forma, i versi poetici, le metafore oscure, la sensazione costante di essere parte di un'antica fiaba, ma che spesso fallisce nel costruire un senso di coerenza narrativa e, di conseguenza, un reale coinvolgimento emotivo.

Non è una mancanza di ambizione, tutt’altro: One-Eyed Likho tenta di raccontare qualcosa di profondo e universale, ma lo fa con gli strumenti dell’allegoria e del simbolismo, sacrificando però la chiarezza e l’empatia in nome dell’evocazione. Il risultato è un’esperienza che può lasciare il segno… o semplicemente spaesare.

 

In conclusione

 

One-Eyed Likho è, in definitiva, un’opera affascinante più da vivere che da giocare. In quattro o cinque ore di durata, riesce a costruire un mondo visivo memorabile, sostenuto da un folklore poco esplorato nel medium videoludico. Ma al di là della sua estetica curata e delle suggestioni mitologiche, il gameplay resta elementare e il racconto, per quanto suggestivo, lascia spazio a più interrogativi che risposte. Per chi ama le esperienze surreali e contemplative, è un viaggio che vale la pena intraprendere. Ma chi cerca meccaniche profonde, narrazioni strutturate o veri brividi horror potrebbe trovarsi davanti a un affresco bellissimo, sì, ma un po’ troppo piatto.

 

7.2
Voto complessivo
Grafica
7.5/10
7.5
Gameplay
6/10
6
Ottimizzazione
8/10
8

 

Informazioni sull'Autore

War

Biografia

- Staff di KotaWorld.it
Lorenzo “WaR” Agonigi nasce nell’ormai troppo lontano 1995 e già tre anni dopo, nel 1998, inizia la sua carriera videoludica, con un Nintendo 64 fiammante. Devo essere onesto, non sono stato un pro gamer fin da subito, tant’è che le mie prime esperienze più che da giocatore sono state da spettatore: mentre i miei genitori, a turno, giocavano, io mi divertivo a guardarli (ehi, ho inventato Twitch con dieci anni di anticipo!!). 

 

Autori KotaWorld.it - Clicca per scoprire chi sono

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