Abbiamo tutti giocato con le ombre da bambini. Bastavano le mani, una lampada da comodino e un pizzico di immaginazione per evocare animali, draghi, castelli, mondi. In quei giochi silenziosi c’era un mondo intero: il desiderio di essere grandi, l’urgenza di creare, la libertà dell’infanzia. Projected Dreams, opera prima di Flawberry Studio, prende quella semplicità e la trasforma in linguaggio videoludico, confezionando un puzzle game dal cuore nostalgico, delicato e artistico, dove l’ombra diventa veicolo di emozione e memoria.
Un racconto sussurrato
Il gioco ruota attorno alla figura di Senka, protagonista silenziosa la cui storia viene svelata poco a poco, senza voci né spiegazioni. Le sue memorie emergono tra le pieghe degli oggetti che manipoliamo, le stanze che attraversiamo e le fotografie sbiadite che compaiono a ogni puzzle risolto. La narrazione si affida interamente a dettagli visivi: una polaroid di due sorelle, un disegno sul muro, una stanza che cambia nel tempo. Ogni elemento è carico di simbolismo, ed è proprio questa scelta minimalista a rendere Projected Dreams un’esperienza unica e personale.

Il gioco non guida per mano, né pretende di spiegare tutto. Ci chiede invece di osservare, di ricordare, di connettere i puntini emotivi come si fa nei sogni. Alcuni elementi della trama, ad esempio, i legami familiari tra i personaggi o il significato preciso di certi oggetti, restano volutamente vaghi. Ma è una vaghezza poetica, che permette a ogni giocatore di proiettare (è il caso di dirlo) la propria storia sull’esperienza.
Luci e ombre
Alla base di Projected Dreams c’è una meccanica tanto semplice quanto stimolante: ricreare ombre. In ogni livello ci viene mostrata una sagoma proiettata su una parete, e dobbiamo cercare di ricostruirla usando oggetti disposti su un tavolo. Tazze, cappelli, cubi, forbici, peluche... Ogni elemento può essere ruotato, inclinato, impilato, combinato o incollato con altri per formare l’immagine richiesta.

Un gameplay che punta tutto sulla libertà creativa. Spesso esistono molteplici soluzioni valide per ciascun enigma, e il gioco non punisce l’approccio sperimentale. Le ombre non devono combaciare perfettamente: è sufficiente che la forma ricordi quella proposta. Questo incoraggia la fantasia, la pazienza, l’osservazione, e soprattutto la capacità di pensare in tre dimensioni, un aspetto raramente esplorato nei puzzle game tradizionali.
Man mano che si progredisce, il gioco introduce nuovi elementi: oggetti nascosti nei cassetti, colla per fissare elementi in equilibrio, sezioni più complesse dove l’ombra deve combinare movimenti o trasparenze. La curva della difficoltà è dolce ma costante, e Projected Dreams riesce a mantenere fresco l’interesse fino ai titoli di coda.

Atmosfera da sogno
Dal punto di vista artistico, Projected Dreams è una piccola meraviglia. L’estetica evoca il calore nostalgico degli anni ’90: tonalità pastello, texture volutamente “soft”, filtri che sembrano provenire da una vecchia videocamera domestica. Le stanze in cui ci muoviamo sembrano vere e proprie fotografie tridimensionali della memoria. Ogni oggetto sembra scelto con cura, e ogni ambientazione evolve col tempo, raccontando la crescita (e la malinconia) della protagonista.
La colonna sonora è un altro elemento da lodare. Composta da brevi frammenti musicali raccolti in cassette nascoste nei livelli, riesce a evocare emozioni con pochi suoni, senza mai risultare invasiva. Il fatto che la musica venga sbloccata man mano invita a esplorare con attenzione, ricompensando la curiosità con piccoli momenti di pura emozione.

Nonostante l’alto livello di cura estetica, Projected Dreams non è esente da qualche piccolo inciampo tecnico. Giocando con mouse e tastiera (unico sistema testato per questa recensione), si nota che i comandi legati alla rotazione tridimensionale degli oggetti non sono sempre fluidi. Alcuni movimenti richiedono precisione millimetrica, e può capitare che un oggetto si incastri in modo anomalo o cada dal tavolo, costringendo a resettare il puzzle. Anche il sistema di incollaggio tra oggetti può risultare talvolta frustrante se l’allineamento non è perfetto. Tutti problemi che, nel complesso, non compromettono l’esperienza in modo significativo.
Projected Dreams si completa in circa 3 ore, ma come ogni puzzle game ben costruito, invita a essere rigiocato. Non solo per sbloccare tutti gli achievement, ma anche per provare soluzioni alternative, scoprire cassette musicali mancate o semplicemente per rivivere alcune stanze particolarmente evocative.
In conclusione
Flawberry Studio esordisce con un titolo che dimostra come il videogioco possa essere arte narrativa silenziosa, capace di raccontare emozioni senza parole, di evocare il passato senza retorica. Projected Dreams è un gioco che parla con le immagini, con le ombre, con i silenzi. È un invito a rallentare, a ricordare, a giocare ancora con la luce come facevamo da piccoli.Non è un’esperienza per tutti: chi cerca sfide adrenaliniche, narrazioni esplicite o gameplay frenetico resterà deluso. Ma per chi ama i puzzle meditativi, le storie suggerite più che raccontate, e l’atmosfera rarefatta dei ricordi d’infanzia, Projected Dreams è un piccolo capolavoro da scoprire.
E custodire.






















