Michael non è sicuramente il biopic definitivo. E' quello che ti fa venir voglia di rimettere Thriller a tutto volume uscendo dalla sala. E onestamente? ci serviva.
Antoine Foqua, già autore di pellicole di successo quali Training Day, The Equalizer, dirige un buon film sul re del pop, sorretto da uno straordinario Jaafar Jackson; egli non si limita semplicemente ad imitare lo zio, lo diventa: espressione, gesti, sguardo. In ogni singola sfaccettatura capisci che il film ha già vinto metà della scommessa.
La sceneggiatura, fortunatamente, riesce nell'intento di evitare con intelligenza la trappola del film-concerto, preferendo il racconto di formazione in cui i tempi di crescita del protagonista sono giustamente dosati.
Il cuore drammatico è il conflitto con il padre; Joseph Jackson è l'antagonista ideale: severo, a tratti crudele, ma è al contempo anche il mentore; è lui a trasformare il talento in ossessione per il successo, a instillare nel figlio la spinta motivazionale per la riuscita affermazione internazionale. Il padre è un villain necessario.
Certo, si poteva scavare più in profondità in questo rapporto travagliato padre-figlio, così come anche nell'introspezione di Michael stesso; la psicologia si limita a restare in superficie.
Ma è una scelta consapevole, poiché la caratterizzazione risulta volutamente "gradevolmente superficiale". Lo scopo è principalmente intrattenere, far cantare, far commuovere, non fare l'autopsia dell'anima.
Da un punto di vista tecnico, la regia è classica, di mestiere; non cerca l'autorialità a tutti i costi, eppure è efficace nel tratteggiare l'umanità del protagonista: quello spirito fanciullesco da "eterno Peter Pan" che riversa sul mondo un amore infantile, totale.
E il film insiste molto su questo aspetto, forse alle volte fin troppo, scivolando in una visione retoricamente buonista che sa di agiografia. Ma si capisce il perché: il regista vuole celebrare l'uomo prima dell'icona, l'ethos prima del mito.
Dove il film non sbaglia un colpo è sul fronte musicale: le canzoni non si limitano ad essere semplici pause, sono veri e propri snodi narrativi che si integrano nella storia grazie ad un montaggio dal ritmo serrato e travolgente in grado di accompagnare lo spettatore in un crescendo di spettacolo, complice anche il sonoro brillante, una fotografia pittorica e scenografie che bucano lo schermo. Ogni esibizione è un evento.
In conclusione, Michael non è di certo il biopic definitivo sul re del pop; non scava, non graffia, preferisce la luce all'ombra. Ma è una rappresentazione onesta, emozionante e girata con mestiere. Non è il ritratto risolutivo, complesso e contradditorio che forse l'artista meriterebbe, è un'operazione di puro intrattenimento consapevole che preferisce l'emozione all'analisi. Se lo spettatore cerca la verità scomoda non è qui; se cerca lo spettacolo e il cuore, ha trovato il suo film.













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